appunti di vista


MAF. Yes, we can!

MAF. Yes, we can!

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“Yes, we can”: questo devono aver inizialmente pensato i committenti del MAF – il “Museo delle Arti Femminili” che è appena stato inaugurato a Vallo della Lucania (Sa) – prima di intraprendere un’iniziativa così complessa e apparentemente densa di difficoltà (economiche, burocratiche, tecniche, culturali). I committenti, una coppia di privati appassionati di storia locale, di arte e di architettura, non si sono però lasciati intimidire e con la forza della spregiudicatezza hanno realizzato il loro sogno, compiendo un gesto culturale significativo che certo travalicherà il loro vissuto familiare; con l’inaugurazione di questo museo hanno infatti dato forma ad un’eredità giunta a loro dopo essersi tramandata di generazione in generazione: è un’eredità di ricordi, di racconti, ma anche di piccoli oggetti d’uso quotidiano, legati ad un passato non troppo remoto, che oggi si fanno carico di una memoria collettiva altrimenti presto destinata a scomparire.

Con l’entusiasmo di chi si butta in un’avventura inaspettata, ma anche con la responsabilità etica di chi sente di poter assolvere un compito delicato e prezioso per tutta la comunità di Vallo della Lucania, i committenti hanno così contagiato di entusiasmo anche i tre gruppi di progettisti chiamati a partecipare, in diverse vesti, all’operazione: ARC Studio di Vallo della Lucania, Ghigos ideas e Id-lab di Milano. Dalla sinergia tra tutte queste figure è nato un museo atipico: atipico per l’impostazione culturale data, per le modalità di fruizione utilizzate come per l’impianto allestitivo ed architettonico che presenta.

Questo Museo delle Arti Femminili espone una collezione di innumerevoli oggetti artigianali, artistici o industriali legati all’universo femminile dei passati tre secoli. Il suo fascino sta, in parte, negli oggetti raccolti e, in parte, nella sua natura di sorprendente carotaggio culturale, effettuato – secondo un’angolazione molto specifica e poco esplorata – attraverso gli strati della nostra storia materiale. Questi oggetti che, fino a ieri, erano definiti “delle arti minori, delle arti femminili o decorative”, oggi sono mostrati all’interno della loro rete di relazioni reciproche e nel loro pieno valore d’uso, simbolico, economico e culturale. Essi, infatti, non sono mai visti come reperti in sé conclusi, ma sono sempre tappa di un più ampio racconto che coinvolge il visitatore: nel museo la narrazione anticipa e dà valore alla conservazione degli oggetti stessi; è l’idea del comunicare che prevale su una tutela statica e fine a se stessa; qui, davvero, “la forma segue la narrazione”.

Al servizio del racconto museale si pongono facciate “parlanti”, che evocano il passato ed offrono pensieri e riflessioni comunicando con la città tramite scritte fosforescenti (più o meno visibili ai passanti a seconda delle varie luci del giorno), che configurano delle sorta di impreviste “dediche urbane”; al servizio del racconto museale si pongono anche dispositivi interattivi che, assecondando la volontà del fruitore, “attivano” le fotografie, le tavole descrittive dei vari oggetti e le singole testimonianze conservate, rendendole inedite “cantastorie” di loro stesse. L’allestimento si “riempie” così di suoni più che di immagini, vive di racconti orali, frammenti di musica cilentina, note di strumenti, battiti del telaio, rumori dell’arcolaio.

In questo modo il MAF, che conosce le tradizionali categorie di organizzazione della cultura e, per questo, si permette di rinnovarle, parla al grande pubblico attraverso le emozioni mediate dalle cose. I meccanismi interattivi presenti permettono, inoltre, di apprezzare gli oggetti preziosi e i libri rari della collezione; essi trasportano il visitatore dal suo mondo industriale e postindustriale in un tempo lontano, nel quale il rapporto tra produzione industriale e artigianale era invertito.

Un ulteriore livello di narrazione riguarda l‘uso del colore, che risulta fondamentale sia nella scansione architettonica dei vari livelli dell’edificio sia nella distinzione delle diverse istanze allestitive; il colore, infatti, contraddistingue i contenuti curatoriali – divisi per piano e per argomento – e svolge un’importante funzione grafico-comunicativa.

Qui il colore è dunque utile per dividere lo spazio museale in sezioni chiare e subito percepibili, ma è anche sfruttato come uno strumento magico per trasformare l’edificio in un’enorme “lampada urbana”: un segnalatore e un nuovo simbolo cittadino subito riconoscibile nel landscape di Vallo della Lucania.

Cinque piani, un tema per piano, un colore per ogni racconto, partendo dalle tinte viola della “memoria” (piano terra) fino a quelle verdi scure dei “materiali”: così si organizza la struttura, totalmente slanciata verso la verticalità. Nel mezzo, ai livelli intermedi, mentre un colore spazia in un altro gli argomenti del percorso espositivo si scavalcano, si intrecciano e si susseguono con ritmo incessante, scandito dal passo dei visitatori che percorrono la scala-espositiva centrale. Ecco così che in sequenza, salendo verso la sommità, si incontrano prima riflessioni sul “codice linguaggio” (è il piano degli imparaticci, perfetto esempio di catalogo di elementi visivi ornamentali quali le lettere, gli animali, gli stemmi araldici, i punti, evidentemente interpretati come strutture lessicali basilari del linguaggio museale), e poi sul “pattern”, inteso come trama (ovvero come sintassi), che organizza gli elementi del lessico su un acceso cromatismo celeste. Qui sono esposte diverse tipologie di pizzi caratterizzate di volta in volta da sistemi simmetrici, ruotati o fintamente liberi, in realtà portatrici di casualità solo apparenti, che nascondono regolarità di livello più alto.

Si passa quindi al piano verde chiaro dei “mestieri” – attività secolare che estende i codici, organizzando nuove trame – per poi potersi soffermare a quello verde scuro dei “materiali”, dove il visitatore può effettivamente godere di un’esperienza tattile (la lana, la seta, il cotone, il lino e la canapa, al naturale, raffinati, lavorati e tinti, si prestano per essere toccati, manipolati, persino lavorati nei laboratori artigianali attigui allo spazio espositivo).

Questo particolare percorso espositivo, che procede per frammenti di oggetti e di vita comune, trova dimora in un edificio storico ubicato nella piazza della cattedrale di Vallo della Lucania: un piccolissimo edificio (circa 16 mq per piano) a cinque piani per un’altezza complessiva di 18 metri. Il suo accentuato sviluppo verticale è diventato un punto di forza e riconoscibilità del progetto, che ha scelto di enfatizzare ulteriormente questa spinta verso l’alto organizzando l’intera narrazione come un’ascesa verso livelli di approfondimento via via maggiori. Non a caso l’intero sistema di fruizione museale risulta totalmente imperniato sulla scala centrale, un fulcro distributivo che qui assume la doppia valenza di elemento di risalita e di percorso espositivo da cui osservare la Collezione Permanente.

Una seconda scelta che valorizza la verticalità intrinseca del museo riguarda l’ambiente a tutta altezza che l’utente trova, a sorpresa, in corrispondenza dell’ingresso; qui egli viene immediatamente coinvolto in uno spazio coinvolgente e in un’atmosfera rarefatta. Lo sguardo è portato ad alzarsi verso il soffitto al quarto piano, incrociando così i primi pezzi della Collezione: è una “pioggia di oggetti” che accoglie le persone e le invita ad iniziare il percorso museale.

L’unitarietà visiva degli interni giocata su questo grande vuoto totalizzante, così come la scala, studiata come elemento architettonico espositivo, sovvertono i sistemi di distribuzione più convenzionali, ribaltando la staticità che caratterizza gli allestimenti tradizionali. Il dinamismo, l’interattività, l’imprevedibilità della fruizione sono dunque concetti chiave che connotano alle diverse scale tutta la progettazione museale, dall’impianto architettonico e allestitivo alle modalità con cui si esplica l’interrelazione uomo-oggetto.

La progettazione del MAF è stata così occasione per ripensare una tipologia edilizia, ma anche per rinnovare sostanzialmente l’idea di museo, l’idea di collezione, l’idea di esporre, l’idea di comunicare.

Grazie alla determinazione e alla perseveranza della famiglia Di giacomo – De Vita, grazie alle “visioni progettuali” degli studi chiamati a dare concretezza all’iniziativa, grazie ad una creatività che ha reso i vincoli tecnici, economici e dimensionali del luogo delle opportunità di progetto, qui tutte le difficoltà sono diventate risorse preziose caratterizzanti l’intervento.

E’ così nato nel profondo sud italiano, troppo spesso accusato di immobilismo, il MAF – Museo della Arti Femminili… e “Yes, we can” devono aver pensato, infine, anche i cittadini di Vallo della Lucania, da tempo incuriositi, quando – con l’inaugurazione di questo piccolo gioiello museale – la loro attesa è stata infine soddisfatta.

Davide Crippa e Francesco Tosi

Crediti

Progetto curatoriale: Id-Lab con Nunzia di Giacomo

Progetto architettonico: Gerardo Del Gaudio (ARC Studio), Ghigos Ideas, Id-Lab

Progetto dell’allestimento: Ghigos Ideas, Id-Lab

Installazioni interattive: Id-Lab

Direzione lavori: Gerardo Del Gaudio (ARC Studio)

Realizzazione: Geoappalti Srl

Arredi: in collaborazione con IKEA

Immagine coordinata, sito web e comunicazione: Id-Lab

Testi e immagini: Walter Aprile, Nunzio, Rosaria, Fortunata e

Nunzia Di Giacomo

Musiche e suoni: Luigi Mogrovejo e Gianfranco Marra

Suoni tradizionali: Giuseppe Palladino

Collezioni: Nunzio, Nunzia e Fortunata Di Giacomo

Stampa e realizzazione grafica: Pubblimedia Sas

(Testo e tratto da un articolo della rivista “Io architetto”)


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